Ha sconfitto il cancro a soli 3 anni, ma non ce l’ha fatta contro il bullismo

3 gennaio 2017
Il caso di Bethany dimostra che le ferite causate dal bullismo possono essere più profonde di quelle del cancro e delle sue conseguenze

Tra le più grandi paure di un genitore è che il proprio figlio si ammali di cancro. I trattamenti, gli effetti collaterali, le conseguenze. Tutto questo fa paura, non solo il rischio di morire.

Nonostante tutto, ogni giorno sono sempre di più i bambini che dimostrano di avere la forza di superare questo grande ostacolo.

Tuttavia, sono altre le situazioni che in maggior o minor misura possono distruggerli. Ed è il caso di Bethany.

Questa giovane ragazzina di 11 anni ha deciso di suicidarsi dopo anni di bullismo a scuola. I bulli sono sempre pronti, cercano la differenza per iniziare ad attaccare e Bethany era la vittima perfetta.

Il suo trionfo contro il cancro a soli 3 anni le ha lasciato comunque un segno: la bocca un po’ storta.

Questo è stato sufficiente perché alcuni compagni di scuola cominciassero a prenderla in giro senza pietà.

Ha sopportato come e finché ha potuto, avvertendo i genitori e la scuola. Tuttavia, nonostante i suoi sforzi e quelli dei suoi genitori, non è cambiato nulla. Bethany ha quindi deciso di suicidarsi.

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Bethany e un’amica hanno denunciato il bullismo con cartelloni

La guarigione da una malattia così grave come il cancro ad un’età così giovane lascia un segno profondo.

Ogni giorno, ogni secondo, è una lotta contro la morte, quindi si impara presto a guardare in faccia le sfide della vita, meglio se con il supporto di qualcuno.

Stanca di subire gli attacchi dei compagni, dunque, ha cercato un’alleata: la sua migliore amica. Hanno preparato cartelloni che recitavano “Amici, non bulli”, in modo che la preside della scuola le ascoltasse una volta per tutte.

A quel punto non poteva negare l’esistenza del problema, non quando era così evidente. La risposta, però, fu chiara: “non possiamo fare nulla”.

Fu il culmine delle peripezie affrontate dai genitori. Consapevoli del problema, contattarono la scuola affinché intervenisse a favore della figlia.

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Nemmeno questo fu sufficiente. La direzione dell’istituto l’ha confermato. Erano a conoscenza della situazione prima dell’ultimo tentativo di protesta da parte della bambina e dell’amica, ma non sapevano come gestirla.

Non immaginavano quanto fosse profonda la sofferenza di Bethany a causa del bullismo.

Così, la ragazzina, vedendo ignorata ancora una volta la sua richiesta di aiuto, tornò a casa e, probabilmente, aveva già preso la sua decisione. Sapeva che il patrigno aveva un’arma e la utilizzò per porre fine alla sua vita.

Il bullismo fu per Bethany più difficile delle operazioni, delle sedute di chemioterapia o radioterapia e di quel sorriso storto che si era comunque riempito di vita dopo aver sconfitto un tumore al cervello.

Lo sconforto di vedersi attaccata dagli amici, la solitudine a cui fu condannata dalla scuola e le mancanze di un sistema che permette che gli abusi continuino hanno annullato la sua voglia di vivere.

Il bullismo: un problema “in crescita”

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Secondo le statistiche della ONG Save the Children, in Italia il 9,3% dei bambini confessa di aver subito attacchi di bullismo, mentre il 6,9% rivela di aver avuto a che fare con il cyberbullismo.

Questi dati spingono a chiedersi dove si sta sbagliando.

In un mondo in cui i bambini e gli adolescenti hanno accesso alle informazioni in un modo che fino a qualche decennio fa era impensabile, è sconvolgente come le vittime continuino ad essere sempre le stesse: quelle che non soddisfano i requisiti di ciò che si presume essere normale.

Gli insegnanti e i professori rivelano che per loro  è impossibile educare al meglio classi numerose, con l’aumento degli obblighi burocratici e con famiglie sempre più esigenti, ma sempre più assenti.

Le condizioni e gli orari di lavoro dei genitori sono quasi incompatibili con l’idea di offrire valori solidi. I docenti, dal canto loro, non ritengono che questo compito spetti a loro né di avere la possibilità di farlo.

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Forse è arrivato il momento di cambiare questo aspetto, oltre che dare ascolto ai bulli stessi.

Cosa passa per la testa di una persona di dieci anni per rendere la vita impossibile ad un compagno? Perché ha bisogno di auto-affermarsi schiacciando gli altri? I bulli forse non soffrono nel tenersi dentro tanta rabbia e aggressività?

È impossibile risolvere il problema ignorandone la causa.

Se prestassimo più attenzione all’origine del bullismo, sviluppando un sistema di collaborazione scuola-famiglia in modo che tutti svolgessero le loro funzioni, riusciremmo a progettare un programma di intervento integrale che sia in grado di porre fine ad una piaga più violenta del cancro.

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