I neonati vogliono stare sempre in braccio

· 12 agosto 2018
Il contatto fisico è una fonte di salute e benessere per i bambini. Quando un bambino piange perché vuole stare più vicino a sua madre, è meglio seguire l'istinto e prenderlo in braccio.

I neonati vogliono stare sempre in braccio per precisi motivi biologici. Alcune madri sono estasiate da questo bisogno dei più piccoli, altre sorprese. Ma cosa dicono gli specialisti?

Alla nascita, un bambino potrebbe non riconoscere sua madre. Tuttavia, fin dal primo respiro, i sensori che gli consentono di preservare la vita sono istintivamente attivi. La linea alba che attraversa il ventre della madre indica la via per raggiungere il seno da cui riceverà il suo sostentamento.

Il bambino trascorre nove mesi nel grembo materno e alla nascita è ancora immaturo. Dipende interamente dalla madre per sopravvivere. L’attaccamento sarà dunque il modo per garantire il suo benessere dalla nascita alla maturità, e l’amore sarà la sua forza vitale. Vediamo più in dettaglio perché i neonati vogliono stare sempre in braccio.

I neonati vogliono stare sempre in braccio

“Con amore ti tengo, figlio mio, e ammiro la tua luce brillante, il tuo respiro, la piccolezza del tuo corpo che mi intenerisce e conquista il mio cuore”, dirà una madre. Ma invece di prenderlo in braccio, molte volte diamo retta a chi dice che non dobbiamo accorrere tutte le volte che piange.

 Bambino tra le braccia di sua madre.

Si dice che prendendo in braccio il neonato ogni volta che piange, imparerà a manipolarci e che la sua futura indipendenza verrà minacciata da questo gesto. Come se un bambino capisse cosa sia la manipolazione o l’indipendenza. Il neonato dipende dalla madre per sopravvivere e crescere.

L’amore è il miglior stimolo per creare legami emotivi con i propri figli e favorirne il corretto sviluppo. Il bambino vuole essere sempre tra le braccia della mamma, perché l’amore è un bisogno fondamentale, alla pari del cibo o dell’igiene.

Il bambino ha bisogno di un periodo di gestazione che continua dopo la nascita

Il bambino ha bisogno della vicinanza della madre per almeno altri nove mesi dopo il parto per potersi adattare alla vita fuori dall’utero. Solo in questo modo ne garantiamo lo sviluppo integrale. Questo periodo viene chiamato “estero-gestazione”.

Il bambino riconosce l’amore materno attraverso la vicinanza e il contatto fisico. Il neonato che piange non lo fa solo perché ha fame, è assonnato o ha il pannolino sporco. I neonati vogliono stare sempre in braccio perché la pelle è il principale canale di trasmissione dell’amore della madre. Sono mossi dal loro istinto.

Madre con il suo bambino.

A sua volta, il bambino risveglia l’istinto materno di attaccamento, eppure la donna è in grado di metterlo a tacere per ascoltare un’opinione, confermare una teoria o riprendere la propria vita lavorativa. Pur così, il bambino continua a piangere e ha bisogno che la mamma gli stia vicina.

Insistiamo sul fatto che il bebè deve dormire da solo in una stanza, che bisogna nutrirlo a orari precisi o che non bisogna andare da lui ogni volta che piange. Ma non pensiamo che ha trascorso nove mesi nell’utero, ha dormito attaccato al cuore della madre, continuamente alimentato attraverso il cordone ombelicale.

Mancanza di contatto fisico

Nel 1940, il Dr. René Spitz, psicoanalista medico austriaco, condusse uno studio in seguito al quale giunse alla conclusione che la morte di massa di bambini negli orfanotrofi era causata dalla mancanza di amore. Paragonò le condizioni di bambini abbandonati in ospedali con bambini allevati dalle loro madri in prigione.

I bambini allevati dalle madri, sebbene in carcere, crescevano più velocemente e godevano di buona salute. Al contrario, i bambini abbandonati presentavano carenze fisiche e mentali. Purtroppo, il 37% dei bambini negli orfanotrofi, che non godevano dell’abbraccio e le cure delle loro madri, non sopravvivevano.

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La tesi di Spitz fu duramente criticata e messa in discussione per decenni. Tuttavia, nel 2007, la rivista Science ha pubblicato un saggio basato su uno studio condotto in Romania per verificare la veridicità della teoria di Spitz.

Famiglia

Vennero prese in considerazioni tutte le critiche cliniche mosse allo studio austriaco, pur così si ottennero gli stessi risultati: l’amore è fonte di benessere e sviluppo per il bambino.

I bambini cresciuti in orfanotrofi rumeni crescevano e si sviluppavano più difficilmente rispetto ai bambini dati in affidamento.

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L’amore è naturale

“Così come il mio bambino vuole stare sempre tra le mie braccia, io voglio sempre averlo con me”, dice una madre che tiene il bambino vicino al suo corpo, perché è una cosa naturale.

È vero che i figli non possono dipendere sempre dai genitori e non possono essere incapaci di decidere da soli il destino delle loro vite. Ma difficilmente sappiamo aspettare che completino ciascuna delle loro fasi di maturazione a tempo debito. Viviamo in un mondo accelerato e, volente o nolente, acceleriamo anche la crescita dei nostri figli.

I nove mesi di estero-gestazione li preparano a iniziare il percorso verso la loro autonomia. Un percorso che inizia appena a 2 anni e si conclude, dopo aver completato diversi stadi di indipendenza durante l’infanzia e l’adolescenza, 15 o 18 anni dopo.

Tenere il neonato tra le braccia è il modo migliore per farlo sentire amato e felice. Non devono esistere limiti nell’esprimere amore, o non ci dovrebbero essere, se vogliamo vivere in un mondo migliore.

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