Infusione intraossea: caratteristiche e cure successive

17 Gennaio 2020
Detto anche accesso intraosseo, è una tecnica che presenta diversi vantaggi in situazioni di emergenza. Non deve però prolungarsi oltre le 24 ore.

L’infusione intraossea consiste in un accesso vascolare per la somministrazione di farmaci e liquidi al paziente in situazioni di emergenza. Chiamata anche accesso intraosseo, questo metodo poco conosciuto e inusuale offre importanti vantaggi.

I medici sconsigliano, tuttavia, un utilizzo superiore alle 24 ore; dopo la somministrazione di un volume adeguato, è importante cercare un altro accesso venoso centrale o periferico.

Caratteristiche dell’infusione intraossea

Infermiera esegue prelievo su paziente
Si ricorre all’infusione intraossea quando le vie principali sono di difficile accesso.

Questa tecnica veniva utilizzata inizialmente in pediatria, su pazienti con meno di sei anni. Vi si ricorreva dopo tre tentativi falliti di ottenere un accesso venoso periferico.

Negli anni, la tecnica è stata raffinata e adattata anche al paziente adulto. È indicata, quindi, per pazienti critici di qualunque età, dopo aver scartato la possibilità di ottenere velocemente un accesso venoso.

È consigliato dallo standard di cura Advanced Trauma Life Support su tutti i pazienti, adulti e bambini, quando non è possibile la via intravenosa o centrale.

La cavità midollare delle ossa lunghe è formata da una rete di capillari sinusoidali in grado di drenare verso un grande seno venoso centrale. Dal midollo osseo i farmaci e i liquidi passano rapidamente alla circolazione centrale.

Questo meccanismo è simile a quanto avviene in qualunque altra vena periferica. Non tende a collassare, anche in presenza di arresto cardiorespiratorio. È, pertanto, da considerare un metodo sicuro di accesso vascolare con alta percentuale di successo.

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Infusione intraossea: cure successive

Nelle situazioni di emergenza medica, è molto importante ottenere un adeguato accesso vascolare. In questi casi, tuttavia, spesso la via periferica risulta inaccessibile oppure raggiungerla comporterebbe una perdita di tempo vitale. È qui che assume importanza l’accesso intraosseo.

Il personale che lo pratica conosce le necessità del paziente, sa quali medicinali possono essere somministrati con questa tecnica e come eseguirla.

Non bisogna dimenticare che stiamo parlando di una via di accesso alla circolazione sanguigna. Le cure rivolte al paziente sottoposto a infusione intraossea sono quindi simili a quelle applicate in caso di accesso venoso periferico. Dopo aver posizionato l’accesso intraosseo, i fattori da monitorare sono:

  • Sanguinamento e colore.
  • Presenza di impulsi distali.
  • Temperatura e aspetto del paziente.
  • Dimensione dell’arto.
  • Dolore (se il paziente è cosciente) intorno alla zona di inserzione, segno di possibile infezione locale.

È indispensabile disinfettare il punto di inserzione ogni 5 ore circa per prevenire possibili infezioni. Tutte le azioni eseguite sull’infusione intraossea devono essere annotate sulla cartella clinica del paziente.

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Cure infermieristiche

Arteria e circolazione sanguigna
L’infusione intraossea richiede cure speciali per evitare complicazioni successive.

Non è consigliata una medicazione occlusiva del punto di inserzione dell’ago perché favorisce la macerazione della pelle.

Allo stesso tempo, occorre ricordare che si tratta di una tecnica temporanea. L’ago deve essere rimosso prima delle 24 ore: superato questo termine aumenta la probabilità di complicanze.

In ogni caso, questo tipo di accesso deve essere sospeso non appena si riesce a raggiungere un’altra via venosa. Con alcuni dispositivi come il FAST1, tuttavia, è possibile prolungare senza rischio l’utilizzo fino alle 72 ore.

Vale la pena di ricordare che le complicanze sono in genere scarse e nella maggior parte dei casi dipendono da una tecnica imprecisa. La preparazione dell’operatore è quindi essenziale per un ottimo esito della manovra.

Infine, nella fase di rimozione, sarà necessario applicare un antisettico prima dell’estrazione del catetere. In seguito, si farà pressione per 5 minuti con una garza sterile. Nelle ore successive al ritiro dell’ago, è molto importante osservare la zona di inserzione.