Lavora per vivere, non vivere per lavorare

· 11 luglio 2016
Grazie ai progressi della tecnologia, oggigiorno abbiamo molte possibilità per sviluppare le nostre conoscenze e adattarle alle necessità che si possono presentare in qualsiasi momento della nostra vita

Spesso, sentiamo dire la tipica frase “dovresti trovare un lavoro che ti piaccia davvero, perché solo così non lavorerai un solo giorno della tua vita”.

Sappiamo che una cosa del genere non è facile, poiché, per poter vivere, spesso molte persone si vedono costrette a fare un lavoro che non va d’accordo con i loro gusti e tanto meno con i loro valori.

Nonostante ciò, non dovrebbe essere così. Se dobbiamo trascorrere la maggior parte della nostra giornata in un ambiente che consideriamo ostile e che non rispetta i nostri principi, è normale che, prima o poi, tutto ciò finirà per ripercuotersi sulla nostra salute emotiva e, così, anche su quella fisica.

La vita è troppo breve per fare il lavoro sbagliato.

Per questo motivo, per quanto sia possibile, dovremmo sempre cercare di fare qualcosa che si adatti più o meno al nostro talento e, soprattutto, a quella soddisfazione che troviamo quando facciamo qualcosa che ci fa sentire utili e che ci fa stare bene.

Oggi vi invitiamo a riflettere con noi riguardo questo tema.

Tempo per lavorare e tempo per vivere

Se conoscete “la teoria dei tre otto” saprete che, senza dubbio, l’ideale sarebbe avere una giornata lavorativa di 8 ore che ci permetta, inoltre, di avere 8 ore di ozio e 8 ore per riposare o dormire.

Tuttavia, sappiamo anche che questa proporzione non sempre viene rispettata. Infatti, ci sono gli straordinari e, ovviamente, il tempo che perdiamo nello spostarci o quelle giornate spezzate che, a volte, ci fanno perdere ore preziose.

Di solito, gli esperti in psicologia del lavoro distinguono 3 tipi di persone, dipendendo dal modo in cui affrontano il lavoro e i contesti complessi in cui si svolge. Vediamo insieme quali sono.

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1. Chi odia il proprio lavoro

In questo primo gruppo sono incluse le persone che, per diversi tipi di circostanze, sono arrivate al punto di odiare il proprio lavoro.

  • Ciò può accadere quando sorgono dei fattori come una direzione incompetente che non valorizza i lavoratori e che li “sfrutta” o, a volte, persino degli ambienti dove la competitività o la pressione esercitata da certi colleghi fanno andare al lavoro svogliati, pieni di stress e impediscono di sentirsi a proprio agio.
Stress a lavoro

2. Chi cerca di svolgere al meglio il proprio lavoro

In questo gruppo si trova, di sicuro, la maggior parte della popolazione. In fin dei conti, lavorare è una necessità e un impegno, quindi cerchiamo di farlo nel miglior modo possibile.

Nonostante ciò, ci rassegniamo, ma, allo stesso tempo, non smettiamo mai di sognare una vita migliore o di vincere la lotteria.

  • Non si tratta di un malessere pesante e quasi distruttivo, come nel primo caso. Tuttavia, a volte, a causa della routine quotidiana e persino della mancanza di motivazione, queste persone perdono la propria energia vitale.
  • Poco a poco, finiamo alla deriva dell’apatia e cadiamo in una quotidianità asfissiante che ci riempie di stress e ansia, poiché non esiste soddisfazione personale, c’è una dissonanza interna.
  • Alla fine, il lavoro diventa un tramite e non qualcosa che ci definisce e che ci fa sentire utili o orgogliosi di noi stessi. Anche se esistono molte differenze tra un individuo e l’altro, molte persone finiscono per cadere in depressione a causa di queste situazioni.

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3. Chi ama il proprio lavoro

All’interno di quest’ultimo gruppo troviamo quelle persone che hanno trovato il proprio scopo nella vita, un lavoro che li definisce e li identifica. Per loro, lavorare non è una costrizione, bensì il senso della propria vita.

  • Con il loro lavoro non solo favoriscono la propria soddisfazione, ma migliorano anche la qualità di vita degli altri.
  • Le persone che lavorano facendo ciò che amano e che hanno avuto, soprattutto, la fortuna di trovare un mezzo o un contesto che dia valore alle loro capacità, lavorano per vocazione.
  • La parola “vocazione” deriva dal latino e significa “una chiamata che viene da dentro di noi e che mette in azione la nostra voce”. Questa è una dimensione che tutti dovremmo scoprire e per la quale dovremo trovare i mezzi necessari.
ragazza che ama il suo lavoro

I knowmads: i lavoratori del futuro

All’interno della nostra società mutante e sempre più complessa, è nato un nuovo profilo lavorativo tanto interessante quanto utile. Si conoscono come “knowmads” e presentano le seguenti caratteristiche:

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  • Il knowmad può essere una persona giovane o più anziana che sa di avere delle capacità che possono essere utili agli altri e che quindi vuole mettere a disposizione della società.
  • Il knowmad capisce bene che il proprio lavoro deve essere la sua passione, ma lo svolge in modo indipendente, senza dover rispondere a nessuno e senza avere un superiore.
  • Ad un knowmad piace la gente e sa “entrare in connessione” con gli altri, sia a livello personale o attraverso la tecnologia, il mezzo perfetto per svolgere il proprio lavoro.
  • Il knowmad dà valore alla libertà, trasforma l’informazione in conoscenza ed è versatile. Impara in continuazione, è vivace e non ha paura del fallimento, perché lo considera un altro modo per imparare.
donna di spalle ha un bel lavoro

Si tratta di un punto di vista interessante sul quale, adesso, esistono molti libri e che ci insegna, soprattutto, a cercare nuove possibilità di lavoro in un contesto complesso, con lo scopo principale di lavorare per essere felici.

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