Autocompassione e vittimismo: quali conseguenze?

Esiste una linea sottile che separa l'autocompassione dal vittimismo. Cosa possiamo fare per evitare queste condizioni? Stabilire degli obiettivi chiari può essere di aiuto.
Autocompassione e vittimismo: quali conseguenze?

Ultimo aggiornamento: 10 giugno, 2021

Tra autocompassione e vittimismo esistono alcune differenze, ma in base al nostro comportamento, possono diventare quasi sinonimi e danneggiarci in larga misura.

L’autocompassione è la compassione riferita a se stessi che, secondo il dizionario Treccani della lingua italiana, viene definita come un “sentimento di pietà verso chi è infelice, verso i suoi dolori, le sue disgrazie, i suoi difetti; partecipazione alle sofferenze altrui”.

Secondo l’opinione di diversi professionisti, come l’autore Jack Kornfield, la compassione nasce dalla nostra consapevolezza di essere interconnessi con ogni cosa, e fa parte della nostra natura più profonda.

In questo senso, l’autocompassione può essere positiva, perché vuol dire essere affettuosi con se stessi, diversamente dal criticarci aspramente quando commettiamo un errore.

È per questa motivo che i professionisti Simón e Germer, affrontando l’autocompassione dal punto di vista della mindfulness e dalla prospettiva buddista, la definiscono come:

“Offrire a noi stessi le stesse cure, consolazione e serenità che, in modo naturale, diamo alle persone a cui vogliamo bene quando queste soffrono, quando falliscono o quando si sentono inadeguate”.

L’autocompassione e il vittimismo

Invece di considerare l’autocompassione un modo per evitare di essere duri con noi stessi e spingerci a dare il meglio, questo atteggiamento potrebbe portarci ad assumere il ruolo della vittima.

Cadere nel ruolo della vittima può indurci a comportarci in modo irresponsabile, assumendo atteggiamenti evitanti o passivi di fronte ai problemi. Chi adotta il ruolo della vittima può arrivare ad attribuire agli altri la colpa delle proprie difficoltà.

Il problema al quale può condurci l’autocompassione, dal momento che non siamo consapevoli del modo in cui affrontiamo le nostre difficoltà, è quello di collocarci come vittime e impedire a noi stessi di andare avanti nella vita.

Autocompassione e ruolo della vittima: ragazza disperata.
L’autocompassione può essere positiva, perché ci aiuta a essere gentili con noi stessi quando stiamo attraversando un brutto momento. Tuttavia, a volte può indurci ad adottare il ruolo della vittima.

Perché nasce il sentimento dell’autocompassione?

Le persone eccessivamente autocompassionevoli e che tendono a fare le vittime per tutto spesso hanno una bassa autostima e pensano di non possedere sufficienti capacità per risolvere i problemi.

In questo modo vivono la maggior parte del tempo nella sofferenza e nell’attesa che gli altri risolvano tutto al posto loro. Evidentemente, le persone che adottano il ruolo delle vittime finiscono per allontanarsi dal successo, dal superamento delle sfide e dalla conquista degli obiettivi.

Chi si autocompatisce sempre può trasformarsi in una eterna vittima che attribuisce a Dio, ai vicini, alla sorte, alla vita, al partner, ai compagni o a chiunque la colpa delle proprie disgrazie. Se percepiamo noi stessi come deboli e indifesi, non potremo mai assumere il completo controllo delle nostre vite.

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Qual è la radice di questo sentimento?

Molte persone si autocompatiscono e assumono il ruolo della vittima quando dai genitori hanno ricevuto solamente messaggi limitanti come:

  • “Poverino, in questo momento non riesce a svolgere questo compito”.
  • “Poveretto, il bambino non sta bene”.
  • “Gli accadono sempre brutte cose”.
  • “Che colpa ha lui di ciò che gli è accaduto?”.

Naturalmente, i bambini ascoltano i messaggi di questo tipo e li assimilano progressivamente, fino a renderli parte del loro repertorio, durante la vita adulta.

Un’altra ragione potrebbe essere rappresentata dal fatto che un bambino veda fin da piccolo la madre o il padre vittimizzare se stessi e attribuire agli altri la colpa di tutto. Il bambino finisce poi con l’imitare questo atteggiamento.

Inoltre, se un bambino è stato davvero vittima di un abuso, potrebbe risentire delle conseguenze per il resto della vita se non lo elabora consapevolmente ricorrendo alla terapia.

Bambino abbracciato dalla mamma.
In molti casi, il vittimismo inizia a seguito di comportamenti acquisiti durante l’infanzia. Per esempio, si tratta di un fenomeno frequente tra i bambini i cui genitori tendono a vittimizzare se stessi.

Che cosa si può fare per evitare di cadere nel ruolo della vittima?

  • Essere consapevoli. Ricordate che questo sentimento non farà che indurvi ad annullare voi stessi e a limitare tutte le vostre capacità e potenzialità.
  • Smettere di cercare la causa. A questo punto, se ciò che conta è cambiare, potrebbe non avere importanza da dove tutto ha avuto inizio, perché potreste cadere nel circolo vizioso della ricerca dei colpevoli.
  • Evitare le lamentele. Guardate il lato positivo delle cose. Principalmente, però, iniziate osservando tutto ciò che avete nella vita e manifestate gratitudine.
  • Lasciar perdere la compassione. Smettete di cercare di ottenere l’attenzione degli altri e riconoscete invece qual è la vostra responsabilità nella questione.
  • Iniziare a risolvere i problemi. Smettete di delegare i compiti agli altri. Ricordate che, più consentite agli altri di interferire nelle questioni nelle quali siete immersi, maggiore è il controllo su voi stessi che state cedendo.
  • Comportarsi da persone adulte. Ricordate che non siete più un bambino o una bambina indifesa che ha bisogno della protezione dei genitori. Siete una persona adulta, dotata delle vostre responsabilità.
  • Stabilire i propri obiettivi. Cercate di raggiungerli con determinazione.

Tutto ciò che è accaduto ieri è relegato nel passato: abbandonate l’autocompassione e il ruolo della vittima eterna. Oggi è un nuovo giorno e potete iniziare a vivere in un modo completamente diverso. Assumete il controllo della vostra vita e vedrete quanto lontano riuscirete ad andare. Non è mai troppo tardi!

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