La neuroplasticità: recuperare le funzioni del cervello

1 Febbraio 2020
La ricerca in questo campo è molto promettente e vale la pena di sostenerla. Si tratta, certamente, di un nuovo orizzonte terapeutico in grado di migliorare la vita di molti pazienti.

La neuroplasticità, chiamata anche plasticità cerebrale, è una delle più importanti scoperte sul corpo umano degli ultimi decenni. È la capacità del nostro cervello di cambiare e di adattarsi come risposta a nuovi comportamenti ed esperienze.

Fino a poco tempo fa, si pensava che i circuiti neuronali si formassero e si modificassero solo durante l’infanzia. In altre parole, si credeva che fosse impossibile per un adulto modificare queste connessioni o crearne di nuove con l’esperienza e l’apprendimento.

Si è scoperto, invece, che i neuroni hanno la capacità di rigenerarsi. E non solo dal punto di vista anatomico: possono formare nuove connessioni. Questo è il campo della neuroplasticità. Una funzione apparentemente semplice, che permette al nostro cervello di recuperare le sue funzioni dopo una lesione o una malattia.

Che cos’è la neuroplasticità?

Si era sempre pensato che il tessuto nervoso potesse modificarsi soltanto nelle fasi precoci della nostra vita. Questo significava che era impossibile rigenerarlo dopo una lesione cerebrale. Negli ultimi anni, però, la ricerca ha rivoluzionato questo punto di vista.

La neuroplasticità è la capacità dei nostri neuroni di rigenerarsi, sia dal punto di vista anatomico che funzionale. È un meccanismo che coinvolge numerose reazioni biochimiche e metaboliche e che implica una grande capacità di adattamento.

La ricerca in questo campo è stata avviata negli anni 60, osservando un gruppo di pazienti adulti reduci da ictus. I risultati sembravano indicare che dopo l’accidente cerebrovascolare fosse possibile recuperare le funzioni nervose.

Una serie di stimolazioni ed esami diagnostici per immagine riuscirono a dimostrare l’esistenza della neuroplasticità. Attualmente la ricerca sta ancora studiando tutti i meccanismi coinvolti in questo fenomeno.

Cervello con evidenziato ictus e neuroplsticità
L’ictus è una delle patologie che hanno stimolato la ricerca sulla neuroplasticità.

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Come funziona la neuroplasticità?

La sinapsi è il luogo in cui comunicano i neuroni. Quando nasciamo, il numero di sinapsi neuronali all’interno della corteccia cerebrale è limitato, si stima circa 2500. Con il passare degli anni, tuttavia, questo numero aumenta fino a diecimila sinapsi a neurone.

Questo succede perché, vivendo, sperimentiamo e assumiamo nuovi comportamenti. L’esperienza stimola la formazione di nuove connessioni neuronali e le rinforza. Quelle inutilizzate, invece, vengono eliminate o muoiono.

Il meccanismo di neuroplasticità implica la creazione o la rigenerazione di più sinapsi nel corso della vita. Alla base, troviamo una serie di fenomeni molecolari e chimici. Ogni volta che acquistiamo nuove conoscenze, pertanto, le sinapsi si rafforzano o aumentano. I meccanismi più importanti su cui poggia questa funzione sono:

  • Il recupero dell’eccitabilità del neurone. Si ottiene attraverso il ripristino dell’equilibrio tra gli ioni all’interno e all’esterno dei neuroni.
  • Le parti del neurone che sono state danneggiate, in particolare l’assone, si possono rigenerare.
  • Possibilità di coinvolgere circuiti che prima non erano attivi.

Le reazioni chimiche e molecolari che consentono la neuroplasticità sono complesse. Il risultato finale è un aumento della quantità e dell’interconnessione neuronale.

Sinapsi dei neuroni
Le sinapsi sono il luogo fisico in cui avviene la neuroplasticità.

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Che importanza ha questa scoperta?

La rilevanza è soprattutto terapeutica. Dimostrando l’esistenza di questo meccanismo, si è scoperto che è possibile trattare molti tipi di lesione cerebrale. Stimolando nuove connessioni neurali, si possono riabilitare alcune funzioni perdute.

Ad esempio, sono in fase di studio diverse applicazioni su lesioni di tipo traumatico. Allo stesso tempo, altre malattie potrebbero migliorare grazie alle nuove scoperte.

  • Disturbi ossessivo-compulsivi.
  • Alcuni tipi di schizofrenia.
  • Disturbi dell’attenzione e iperattività.

La ricerca in questo campo è molto promettente e vale la pena di sostenerla. Si tratta, certamente, di un nuovo orizzonte terapeutico in grado di migliorare la qualità della vita di molti pazienti.

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