Le anime più forti sorgono dalle ceneri della sofferenza

26 novembre 2016
Dobbiamo considerare la sofferenza come una possibilità di imparare, una prova attraverso la quale la nostra mente ci farà diventare più forti e capaci di affrontare meglio le avversità future

Spesso si dice che, quando si è capaci di dominare la sofferenza e renderla inoffensiva, otteniamo il nullaosta per essere finalmente liberi.

Non c’è ombra di dubbio che si tratti di parole sagge e bellissime ma, nel leggerle, in molti si saranno sicuramente chiesti: “sì, ma come si fa? In che modo posso sconfiggere le mie paure, i miei fallimenti, le mie ansie e le mie sofferenze?”

Per tenere a bada i nostri stati emotivi ed essere in grado di trasformare questa energia negativa che attanaglia la nostra mente, è fondamentale conoscerne l’anatomia interna, sapere cosa la provoca e in che modo agisce.

La sofferenza e la tristezza si affacciano alla nostra mente attraverso una serie di meccanismi subdoli e potenti che, a loro volta, hanno uno scopo ben preciso che vi sveleremo a seguire.

Speriamo che vi possa essere d’aiuto.

La sofferenza e la mente “triste”

La sofferenza è il dialogo interiore che creiamo nella nostra mente. Di certo abbiamo avuto esperienze dolorose, abbiamo sofferto per la perdita di qualche caro, per tradimenti, fallimenti e amare delusioni. Eppure una cosa è il dolore fisico e un’altra, ben diversa, è il dolore emotivo.

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  • La sofferenza che ci attanaglia e che spesso ci fa cadere in depressione nasce esclusivamente dal dialogo interiore di cui parlavamo prima.
  • Vi sono persone che, pur avendo vissuto un simile evento traumatico, lo affrontano in modo diverso. Tutto dipende dalle risorse interne e dal tipo di dialogo che stabiliscono con la propria mente.

Nel momento in cui “spegniamo” la negatività, automaticamente arriveranno la calma e l’equilibrio.

Queste idee sono facili da comprendere a priori. Tuttavia, anche dopo averle comprese, risulta complicato riuscire ad interrompere il flusso dei pensieri tristi e negativi per porre fine alla sofferenza.

Perché il dolore emotivo si attacca all’anima, ci prende in ostaggio e ci soffoca. E purtroppo desiderare che se ne vada non basta per liberarsene.

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La mente “triste” funziona in un altro modo

L’uomo possiede milioni di cellule nervose nel cervello, le quali formano una meravigliosa ed affascinante rete interconnessa che, a sua volta, dà vita a ciò che noi chiamiamo “coscienza”.

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Gli esperti in neuroscienza ci rivelano che, tra tutte le emozioni che proviamo, la più e potente è la paura.

Attraverso strutture come l’ippocampo o l’amigdala, il nostro cervello ricava informazioni dall’ambiente che ci circonda per metterci in guardia dai pericoli senza che siano necessariamente visibili ai nostri occhi.

  • Il cervello lavora costantemente per garantire la nostra sopravvivenza. Per questo si serve delle emozioni negative, tali como la tristezza, la paura o la sofferenza, che funzionano come campanelli d’allarme: sono i segnali che ci avvertono che qualcosa non va.
  • Si è visto, attraverso una serie di indagini diagnostiche, che la tristezza provoca alterazioni in quasi settanta regioni cerebrali.
  • L’amigdala, l’ippocampo, la corteccia prefrontale o la corteccia cingolata anteriore sarebbero solo alcune di queste zone interessate, tra le quali ne troviamo una particolarmente interessante: il lobo dell’insula.
  • Il lobo dell’insula ha a che fare anche con la percezione del corpo e con il senso del gusto. Questo spiega, quindi, perché, quando ci sentiamo tristi, tutto sembra fermarsi, sembra non aver più senso e nemmeno più gusto.
  • Anche se a parole sappiamo che basterebbe spegnere la sofferenza per essere di nuovo liberi e felici, la realtà è che il nostro cervello è incapace di reagire.

Questo si deve al fatto che dentro di noi la musica sta suonando con una sintonia diversa: la nostra mente “triste” ha tolto il volume alla colonna sonora della nostra vita.

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Superare la sofferenza per essere più forte

Vale la pena ricordare ora una bellissima frase di Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce”.

Ciò che si è rotto o spaccato non può né deve impedirci di continuare ad andare avanti.

Gli strappi si possono ricucire, ma dobbiamo essere consapevoli che questo cambiamento non ci permetterà di tornare allo stadio originale. Non saremo più gli stessi di prima.

  • Questo non è per forza negativo: possiamo trasformarci addirittura in persone molto più forti, poiché le crepe lasciano penetrare la luce della saggezza, delle conoscenze acquisite, di tutto ciò che abbiamo imparato con questo cambiamento.
  • Per superare la sofferenza, dobbiamo concederci un certo tempo: la mente, come sappiamo, ha i suoi ritmi e funziona ad altri livelli. Per questo motivo, è importante avere pazienza e fare affidamento al sostegno dei nostri cari.
  • Dobbiamo cercare di capire che il nostro cervello vuole che “ci fermiamo”, per concentrare tutte le nostre energie nella ricerca di una soluzione alle questioni che ci preoccupano e che ci fanno soffrire.
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Il nostro unico scopo è cambiare qualcosa di noi o di ciò che ci circonda per stare meglio. Accettando ciò che ci è accaduto e trovare nuove motivazioni e nuovi obiettivi sono, senza ombra di dubbio, due passi importanti che dobbiamo sforzarci di fare.

La maggior parte dei neurologi afferma che conoscere i meccanismi attraverso i quali funziona il nostro cervello ci permette di affrontare meglio questi momenti di tristezza e di dolore.

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Non dobbiamo mai dimenticare che la sofferenza non è una condizione eterna, ma una fase momentanea e passeggera che supereremo e da cui ricaveremo molti insegnamenti utili per sopravvivere alle prossime difficoltà e affrontarle meglio.

In altre parole, la sofferenza ci prepara per navigare con più sicurezza nell’oceano della vita, a volte così complesso.

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