La criptosporidiosi: concetti fondamentali

25 Ottobre 2020
La criptosporidiosi non provoca gravi effetti in chi gode di un sistema immunitario sano, ma può essere fatale per i pazienti immunodepressi o nei bambini al di sotto dei 2 anni.

La criptosporidiosi è una malattia parassitaria. Il primo caso venne documentato nel 1972, ma solo nel 1976 F. A. Nime, J. D. Burek e altri scienziati ne fornirono una descrizione formale. Da allora gli studi su questa patologia sono aumentati, dal momento che viene considerata una malattia emergente.

Questo male colpisce sia gli esseri umani sia altre specie animali, compresi alcuni uccelli di consumo abituale. Nel corso degli Anni ’70 venne accertato che la criptosporidiosi poteva condurre alla morte i malati di AIDS. Questo fatto risvegliò l’attenzione degli esperti.

Ma la vera ondata di studi su questa malattia iniziò a partire dal 1993, anno in cui un’epidemia colpì lo stato nordamericano del Wisconsin, allarmando la società e i governi sul grave pericolo costituito dalla criptosporidiosi.

Oggi disponiamo di una vasta quantità di informazioni e conoscenze in merito alla malattia. Nelle prossime righe esponiamo alcuni concetti di particolare interesse.

La criptosporidiosi è provocata da un parassita

Parassita della criptosporidiosi.
La criptosporidiosi è provocata da un parassita che, per completare il proprio ciclo biologico, non ha bisogno delle cellule del corpo umano.

Questa malattia è causata da un parassita chiamato Cryptosporidium. Finora sono state descritte 22 specie appartenente a questo genere, tuttavia si ritiene che ne esistano solamente 13.

Sappiamo che il parassita penetra nelle cellule intestinali dell’ospite, ma sono ancora ignoti i meccanismi esatti usati per invaderle. Gli studiosi hanno scoperto anche che non ha bisogno di invadere le cellule per completare il proprio ciclo biologico.

Quando le oocisti del parassita colonizzano un organismo, iniziano gradualmente a invadere le cellule epiteliali dell’intestino tenue o dell’apparato respiratorio. Successivamente, avviano la riproduzione sessuata e asessuata. Infine, vengono evacuate mediante le feci e può così avere inizio il contagio.

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La criptosporidiosi si propaga facilmente

Il parassita può infettare un’ampia varietà di mammiferi, compresi vitelli, maialini da latte, ecc. Negli esseri umani il contagio avviene da persona a persona o da animale a persona per via oro-fecale. A livello massivo, il contagio si propaga per mezzo dell’acqua contaminata.

La criptosporidiosi viene trasmessa principalmente attraverso le feci animali o umane. Queste feci sono portatrici delle oocisti che, a loro volta, contaminano i cibi e l’acqua. Le evidenze indicano che le oocisti sono straordinariamente resistenti ai tradizionali metodi di purificazione dell’acqua.

Le probabilità di contagio sono elevate, soprattutto quando il parassita si propaga per mezzo dell’acqua contaminata; basti sapere che nell’epidemia del Wisconsin furono contagiate 400.000 persone. Inoltre, uno studio condotto negli Stati Uniti indica che il parassita si trova nel 90% delle acque di scarico, nel 75% delle acque fluviali e nel 28% dell’acqua potabile.

La risposta immunitaria è variabile

Globuli del sistema immunitario contro la criptosporidiosi.
Negli organismi immunocompetenti, l’infezione viene combattuta senza grandi difficoltà.

Gli organismi immunocompetenti, ovvero quelli il cui sistema immunitario è perfettamente funzionante, non vengono colpiti gravemente dalla criptosporidiosi. Sono in grado di fornire una risposta adeguata e producono una solida immunità di fronte a un’eventuale reinfezione.

Se l’individuo presenta deficit linfocitari o di gammaglobuline, può sviluppare infezioni gravi o croniche. Anche l’età e lo stato nutrizionale possono influire. I casi più gravi, in genere, riguardano i bambini al di sotto dei 2 anni di età. La diarrea provocata dalla criptosporidiosi rappresenta un sintomo molto grave nelle persone malate di AIDS.

La diagnosi specializzata è la più affidabile

Gli esami di routine delle feci sono poco affidabili per la diagnosi della criptosporidiosi, perché l’espulsione delle oocisti è intermittente; sono dunque necessari diversi campioni fecali per verificarne le presenza.

Si consiglia pertanto l’esecuzione di tecniche specializzate per l’analisi microscopica delle feci. Queste procedure comprendono la microscopia a contrasto di fase o con colorazione, che sfrutta le tecniche di Ziehl-Neelsen o di Kinyoun. Si può ricorrere anche alla microscopia a immunofluorescenza.

È utile effettuare un test immunoenzimatico per individuare l’antigene del Cryptosporidium nelle feci. A volte si procede con una biopsia intestinale per formulare la diagnosi.

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Il modo migliore per combattere la malattia è prevenirla

La migliore misura preventiva consiste nel lavaggio delle mani con acqua corrente e sapone. Questa azione deve essere eseguita durante la preparazione del cibo, prima di mangiare, quando si torna a casa, dopo la minzione o la defecazione e dopo essere entrati in contatto con animali.

Bisogna evitare il contatto con le feci umane o animali e, nel caso in cui non sia possibile, massimizzare le cure igieniche. È altrettanto importante evitare il consumo di acqua non potabile. Il rispetto delle misure igieniche è di importanza fondamentale.

Del Coco, V. F., Córdoba, M. A., & Basualdo, J. A. (2009). Criptosporidiosis: una zoonosis emergente. Revista argentina de microbiología, 41(3), 185-196.